Javier Perez alla galleria Mimmo Scognamiglio di Milano
Alla galleria Scognamiglio di Milano si parla della vita e della morte, di trasformazioni, di ciclo vitale, della vita vista come insieme di riti di passaggio.“Mi interessa molto trattare il permanente stato di transito dell'essere umano e i rituali che lo accompagnano durante il suo soggiorno nella vita, tanto dal punto di vista sociale, culturale e religioso come da quello di tipo biologico, nel quale i cicli vitali: nascita-vita-procreazione-morte si ripetono come autentici rituali mostrando la natura in continua trasformazione”.
Con queste parole, in un’intervista rilasciata a Pietro Montone, il giovane artista Javier Perez espone in modo molto esplicito le sue urgenze creative e comunicative.J. Perez, Aria da capo, 2008Nato nel 1968 a Bilbao, Perez attualmente vive e lavora a Barcellona.Il suo percorso artistico prende avvio con la formazione all' École Nationale de Beaux-Arts di Parigi e la prima importante esposizione presso il Musée d'Art Modern et Contemporain di Strasburgo quando aveva poco più di trent’anni.
Da quel momento le esposizioni che lo vedono coinvolto si sono susseguite senza soluzione di continuità.Un forte senso religioso permea le opere in mostra. Quest’aura è conferita principalmente dal grande rosario che abbraccia alcune delle colonne della galleria. Un richiamo religioso, appunto, ma anche una sorta di memento mori, poiché i grani del rosario sono sostituiti da teschi.Una parte della mostraIl significato di questa installazione, però è duplice: i grani di ferro e resina che compongono il rosario, e la sua struttura stessa, ricordano anche delle catene, alludendo in questo modo alla condizione di schiavitù dell’essere umano dovuta alla temporalità e transitorietà della vita.Ma il richiamo alla caducità non è presente solo in quest’opera.
“Aria da capo” è l’installazione che presenta teatralmente l’immagine di due scheletri, realizzati in materiale trasparente, che ballano abbracciati al suono di una musica di Bach riprodotta da un carillon.La musica è decisamente macabra, e l’artista stesso si interroga provocatoriamente: è una danza della morte o della vita? Sempre nell’intervista di Montone precisa infatti che “il titolo della composizione, il termine musicale da capo fa riferimento ai cicli, nei quali quando qualcosa finisce incomincia di nuovo”.Lungo le pareti altri “simboli” richiamano il visitatore a una riflessione sulla transitorietà e sullo scorrere del tempo.
Giocando e misurandosi con materiali diversissimi tra loro, Perez propone una vasta gamma di immagini e di richiami alla vita, alla morte e alla sofferenza. Una parte della mostraMolto impressionante a questo proposito è la serie di acquarelli intitolata “Penitentes”, uomini dipinti in diverse pose in un atteggiamento di sofferenza, o come suggerisce il titolo stesso, di espiazione di qualche peccato.L’elemento che contraddistingue le figure è l’evidenziazione della rete circolatoria del sangue, a sottolinearne quell’intenzione di far riflettere i visitatori sulla visceralità e su aspetti biologici che sono fondamentali, come la circolazione del sangue, per garantire la vita.Ancora una volta le parole dell’artista sono utili per comprendere e chiarire i suoi intenti: “Mi piace occuparmi dei punti di incontro tra spirito e carne, tra purezza e impurità, tra bellezza e orrore, tra attrazione e repulsione.
Uso spesso questi movimenti oscillanti per offrire ai miei spettatori diversi gradi di valutazione dei miei lavori. Essi cercano di riconciliare tutti questi aspetti. Vorrei rivelare come questi concetti siano ambigui, e come siano reversibili. L’idea è quella di mettere a confronto l’umanità con la propria condizione, affinché tutto ciò che trova spaventoso assuma un fascino irresistibile, affinché essa sia attratta dalle proprie viscere”. J. Perez, Penitentes, 2009










